#laculturanonsiferma – Le tracce scomode del nostro passato

Le ballerine Kennedy George e Ava Holloway dopo la rimozione della statua del comandante delle truppe confederate Robert E. Lee a Charlottesville, in Virginia, 5 giugno 2020. (Julia Rendleman, Reuters/Contrasto)

Diamo spazio volentieri alla riflessione di Igiaba Scego su Internazionale in merito ai monumenti con un portato storico “pesante”. Rimuovere o non rimuovere quelle tracce funeste? Quale azione è più efficace?

Roma è una città fascista. La frase potrebbe suonare come una bestemmia. Probabilmente lo è. Ma il fatto è che nella storia della capitale sono evidenti le tracce del ventennio. Chi abita nella capitale lo sa bene, i fasci littori spuntano stampigliati sui tombini quando meno ce lo aspettiamo, compaiono su un ponte o in alcuni murales. Spesso quando andiamo in una scuola, all’università o in un ufficio postale incappiamo in qualche palazzo d’epoca che presenta segni più o meno occulti del passaggio del regime. Molte delle case in cui abitiamo sono state costruite negli anni trenta e nei cortili di certi palazzi è visibile la grande M di Mussolini.

La statua di Cristofero Colombo a Boston

C’è l’ombra del fascismo anche nei nomi delle strade. A volte ci capita di attraversarne alcune che rimandano a conquiste coloniali o, peggio, abitiamo in vie dedicate a feroci gerarchi. Quel passato di violenza e coercizione insomma è ancora tra noi, vivo nello spazio urbano. È un passato che contamina il presente e che se non viene discusso può provocare danni alle generazioni future.

In occidente il dibattito sui monumenti con un portato storico “pesante” si apre ciclicamente…

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