Quaderno 8 – Eguaglianza e diversità culturali religiose. Un percorso costituzionale – N. Colaianni – 2009

Un
percorso costituzionale, e ha visto intervenire come relatori, oltre
all’autore, ordinario di Diritto ecclesiastico italiano e comparato presso
l’Università di Bari, già giudice della Corte Suprema di Cassazione, Stefano Sicardi, ordinario di
Diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Maurilio Guasco, ordinario di Storia
del pensiero politico contemporaneo presso l’Università del Piemonte Orientale
e decano della facoltà di Scienze Politiche, Roberto
Mazzola, ordinario di Diritto ecclesiastico e di Diritto comparato
delle religioni presso l’Università del Piemonte Orientale e membro del fieri (Forum Internazionale ed Europeo
di Ricerche sull’Immigrazione).

 

Il volume di Nicola Colaianni,
secondo Sicardi, interrogandosi sul ruolo del religioso all’interno delle
attuali democrazie occidentali, presenta anche un quadro generale di
sistemazione, di sintesi e di riordinamento di tematiche complesse, diverse, ma
tra loro interconnesse: dalla laicità al problema delle radici, delle libertà,
dei diritti, della sussidiarietà. Vi sono peraltro, osserva il relatore, due
fili conduttori dell’intera trattazione: il concetto di laicità, che, pur non
comparendo nel titolo dell’opera, ne rappresenta l’architrave, e il concetto,
questo sì menzionato nel titolo, di uguaglianza, con una particolare attenzione
alla protezione dei diritti, sia religiosi sia culturali. La dimensione della
protezione dei diritti in generale, e in particolare di quelli religiosi e
culturali, infatti, non può più limitarsi al livello statale, ma deve
comprendere una prospettiva molto più ampia, sovranazionale, comunitaria e
internazionale.

Vi
sono alcune importanti premesse fondamentali che caratterizzano il ragionamento
di Colaianni, riassumibili nell’avere posto in risalto il carattere culturale
delle domande di riconoscimento delle Chiese e delle confessioni religiose;
domande che riguardano le ricadute culturali della visione religiosa nella
sfera pubblica, e nell’a-vere sottolineato, quindi, come la libertà religiosa
si stia riposizionando nel nostro contesto contemporaneo come libertà anche
culturale, ponendo così una serie di problemi pratici che vanno da quello dei
simboli religiosi a quello dell’educazione religiosa nella scuola e del
riconoscimento delle radici cristiane.

Colaianni
peraltro, avverte Sicardi, si distanzia da posizioni estre-mistiche; critica
sia l’omologazione e l’appiattimento delle culture, sia il multiculturalismo
radicale, o, per dirla in altri termini, sia la prospettiva della laïcité
republicaine, della laicità alla francese, sia il pluralismo multiculturale
britannico od olandese. Entrambi questi modelli, infatti, vengono respinti non
tanto per le difficoltà che oggi presentano, ma soprattutto perché, pur essendo
strategie opposte negli esiti, presuppongono culture a compartimenti stagni,
mentre Colaianni rifiuta le identità culturali rigide e si muove nella prospettiva
di una loro concezione dinamica e aperta.

Questa
impostazione di analisi si ripercuote evidentemente anche sul metodo di lavoro
seguito dall’autore, il quale scommette sul diritto, cioè ritiene che il
diritto e le sue categorie, nella prospettiva del pluralismo giuridico,
forniscano la metodologia e gli strumenti ?bilanciando i principi, bilanciando
le tutele, verificando i rimedi ?per affrontare i problemi delle società
multiculturali, valorizzando al massimo la pacifica convivenza nella
salvaguardia dei principi fondamentali. Non ci sono modelli precostituiti,
occorre distinguere e muoversi equilibratamente tra le sponde del comunitarismo
e dell’universalismo.

Partendo
da queste premesse, Colaianni presenta la sua concezione della laicità e il suo
approccio ai problemi dell’uguaglianza.

Per
quanto riguarda il primo aspetto, si è già detto, egli rifiuta il concetto di
laicità alla francese, lo definisce inaccogliente, disinfettante,
arcigno, e opta invece per una laicità pluralistica, inclusiva, ospitale, che
non ignora ma riconosce e valorizza le differenze culturali e religiose.
Sicardi, dal canto suo, pur condividendo dal punto di vista teorico questa
prospettiva, non aderisce in toto alle critiche mosse al modello francese,
che, seppure non universale, non è detto che non si attagli ad alcune
particolari realtà nazionali, e avanza qualche dubbio su alcune applicazioni
pratiche della prospettiva pluralistica.

Secondo Sicardi, nello
sforzo di opporsi a coloro che ritengono la laicità una mistificazione in
quanto troppo occidentale e da respingersi perché di stampo colonialista e
imperialista, Colaianni sostiene che è proprio la laicità a non tollerare
l’imposizione di alcuna cultura o credo religioso o politico; ma affermando
così una concezione della laicità che non può essere collegata ad alcuna
cultura intesa come parziale. È anche vero, però, continua Sicardi, che vi sono
certe culture, o, per essere ancora più cauti ed evitare una visione fissista,
certi modi di intendere alcune culture che sono poco compatibili con la
laicità. Ciò rappresenta un problema, non perché si tratti di culture non
occidentali, ma per quello che queste culture o modi di intendere queste
culture, almeno in alcune loro articolazioni, vanno oggi predicando. Da questo
punto di vista, conclude Sicardi, è forse ottimistica l’idea espressa
dall’autore di poter accogliere il modello di laicità storicamente diverso
dell’Islam, caratterizzato da una tendenza solistica, così come la convinzione
di ritenere che l’Islam post-islamista abbia già insito il concetto di laicità.

Per
quanto attiene il tema dell’uguaglianza, prosegue il relatore, vanno coniugati
due diversi aspetti, ossia l’uguaglianza di rispetto, che valorizza
anche le diversità e le identità, e l’uguaglianza degli uguali, a noi
più vicina.

Fin dove spingersi,
allora, con l’uguaglianza degli uguali e fin dove spingersi con l’uguaglianza
dei diversi? Si tratta di una difficile o-pera di bilanciamento, che costringe
a passare per la via stretta, ossia mettere al primo posto i diritti
inviolabili e fondamentali dei singoli anche nei confronti dei gruppi di
riferimento culturali e religiosi e poi anche, ma in un secondo momento, porre
attenzione e riconosce-re le differenze, per evitare di azzerare la dimensione
comunitaria.

Laicità
e uguaglianza non devono diventare, però, fattori di isolamento. Sicardi
rifiuta, ad esempio, l’idea di istituire classi di alunni separate per
appartenenze (islamici, cattolici, cinesi) o per genere, e sottolinea il
rischio che le stesse scuole private possano diventare corpi separati e
autoreferenziali. Su quest’aspetto, in altri termini, il pluralismo e la
sussidiarietà scolastica possono diventare un boomerang identitario,
avvantaggiando molto le culture che vogliono restare chiuse, mentre occorre
rivendicare la superiorità della scuola di tutti sulla scuola di tendenza, per
non correre il rischio che chi di scuola privata ferisca, di scuola privata
perisca.

In
realtà, continua il costituzionalista torinese, gli stessi termini «scuola
privata» e «scuola pubblica» sono ormai stemperati. Che cos’è oggi, si chiede,
la scuola pubblica: è forse quella statale? Ma oggi la statualità è stata
fagocitata dall’autonomia. E quella privata?

È
forse quella, privatissima, che non rilascia titoli di studio riconosciuti? O è
quella paritaria? Proprio quest’ultima poi, a ben vedere, pone diversi problemi
di definizione, dato che sta diventando sempre più di carattere pubblico-sociale.

Urge,
è evidente, dare una soluzione complessiva ai problemi della scuola, che non
sia ipocritamente limitata alla questione del rispetto delle norme di igiene e
di sicurezza.

Un’ultima
considerazione Sicardi riserva al principio di sussidiarietà orizzontale. Esso
demanda al privato-sociale tutta una serie di prestazioni un tempo di esclusiva
spettanza del pubblico-statale.

Ebbene,
fa notare il relatore, la vocazione alla sussidiarietà non ha basi economiche,
bensì religiose-confessionali: l’impulso non è la concorrenza, ma l’opzione
religiosa confessionale; ma questo dato impone di individuare i profili
teleologici della sussidiarietà. Perché se, ad esempio, la confessione religiosa
dovesse ritenere di propria naturale pertinenza l’educazione scolastica, ne
conseguirebbe che la scuola statale diventerebbe, estremizzando, sussidiaria di
quella confessionale. In verità si tratta di una questione già avvertita in
passato; basti pensare che negli anni Cinquanta del secolo scorso Piero
Calamandrei ribadiva come lo Stato dovesse istituire e organizzare tutte le
scuole di tutti gli ordini e gradi, e ciò non a titolo di campionario, ma
proprio perché la scuola deve essere aperta a tutti e offrire a ciascuno le
migliori opportunità.

 

L’intervento di Maurilio
Guasco, riprendendo le tematiche trattate, concentra l’attenzione sul tema dei
limiti, chiedendosi fin dove sia possibile conservare certe diversità culturali
senza infrangere l’u-guaglianza. Il problema posto dall’opera di Colaianni è
infatti quello di chiedersi come tenere insieme uguaglianza e diversità: se si
enfatizza l’una si annulla l’altra, anche perché non è facile rispettare le
diversità quando entrano in conflitto con consuetudini o addirittura con norme
e leggi approvate in un dato Paese.

Guasco
analizza, al riguardo, alcuni esempi presenti nel testo, nei quali la normativa
si scontra con le differenze e rispetto ai quali non è chiaro, a suo avviso,
l’orizzonte verso il quale ci si orienta. Si tratta in particolare del problema
dell’abbigliamento, di quello della poligamia e di quello delle mutilazioni
rituali.

Per
quanto attiene al primo esempio, riguardante soprattutto il velo islamico, di
fronte alla norma vigente in Italia, che impone di andare in pubblico a volto scoperto,
Guasco si chiede come vada interpretata la norma che vieta di coprirsi il viso:
è possibile, in altri termini, individuare eccezioni al divieto?

Quanto
al problema della poligamia, questo si ripropone strettamente connesso con il
problema del ricongiungimento familiare, perché proprio attraverso la pratica
dei ricongiungimenti si finisce, in alcuni casi, per aggirare la proibizione
della poligamia. Che cos’è, egli si chiede, lo statuto minimo della famiglia di
fatto? Non è forse che attraverso l’attività interpretativa della
giurisprudenza si arriva a riconoscere legittimità alla poligamia?

Posto,
infine, che le pratiche mutilatorie, per chi le subisce, sono anche un segno di
appartenenza alla comunità, va tollerata oppure no questa usanza, tenendo conto
che i soggetti vi si sottopongono, consapevolmente o meno, al solo fine di
evitare l’isolamento sociale?

È
evidente, conclude Guasco, che se si accentua l’uguaglianza si mettono in crisi
le identità culturali e religiose: ecco, allora, che si ritorna ai problemi dei
limiti da porre a certe pratiche identitarie. Ritorna, in altre parole, il
conflitto tra identità, libertà, uguaglianza e diversità, che si ritrova anche
nel dibattito politologico: è chiaro che se si vuole dare più spazio alla
libertà si dovranno porre limiti all’uguaglianza e viceversa.

Le
battute finali dell’intervento di Guasco sono dedicate alla rilettura che
Colaianni ha dato della figura biblica di Nicodemo, uomo del dubbio e del
dialogo con l’altro. Nicodemo, nel testo di Colaianni, non è più l’archetipo
della condotta dissimulatoria, il prototipo del cosiddetto «nicodemismo», ma è
l’esempio di come ci si deve comportare in una società multiculturale.
Nicodemo, uomo del sinedrio, va da Gesù di notte per non suscitare clamore,
animato da profondo rispetto e non da spirito di contestazione: è curioso di conoscere
un nuovo maestro, una nuova dottrina. Nicodemo diventa il paradigma di una
società multiculturale, dove le persone si incontrano, dialogano, si ascoltano,
anche se non condividono la posizione dell’altro. Nicodemo non si converte
all’annuncio cristiano, rimane ebreo osservante, ma ha saputo ascoltare Gesù e,
all’occorrenza, difenderlo.

Ecco,
quindi, che:

 

Le tradizioni,
le culture, rappresentano valori importanti per preservare la propria identità
ma non debbono diventare però un peso per gli altri. I primi cristiani, pur
titubanti ma fedelmente memori dell’in-vettiva del loro maestro contro pesi
insopportabili caricati sugli uomini da dottori della legge, decidono di non
imporre altro peso oltre il necessario. Una lezione di grande attualità anche
nell’odierna società delle molte religioni e delle molte culture, che assumono
un ruolo sproporzionato e in determinati contesti risultano eccessivamente
pesanti per le persone. La lezione sta nella scelta della leggerezza come
valore. Nicodemo è un’icona della leggerezza (N. Colaianni, Eguaglianza e
diversità culturali e religiose. Un percorso costituzionale, il Mulino,
Bologna 2006, p. 242).

 

Il
messaggio del libro, dunque, sta nella riflessione sul rispetto della legge in
rapporto all’accoglienza, e nell’affermazione che, se è prevedibile che le
leggi cambieranno in rapporto ai mutamenti sociali, resta comunque il problema
dei limiti.

 

Nicola Colaianni rimarca
infatti come l’ispirazione del suo libro sia da ricercare negli insegnamenti di
Arturo Carlo Jemolo di fronte ai problemi pratici della libertà, problemi che
oggi si pongono in maniera diversa rispetto al passato. In particolare, a
cambiare in Europa il quadro di riferimento è stata l’irruzione dell’Islam,
tanto da chiedersi, come già fece Bernard Lewis, se ci attenda un Islam europeo
o, più probabilmente, un’Europa islamizzata. A ben vedere si tratta di un
problema che già è emerso nella storia con riferimento al Cristianesimo: nel
primo millennio si è posta l’alternativa tra un Cristianesimo europeo e
un’Europa cristianizzata. Peter Brown, storico del Medioevo, sottolinea come
l’Europa cristianizzata rappresentasse, all’epoca, la variante più periferica
di un Cristianesimo che aveva in Oriente il suo centro. Lo stesso pontefice
Benedetto xvi ha parlato di un
Cristianesimo che si è ellenizzato, che ha assorbito le categorie del
pensiero greco tanto da rendere in-pensabile una disellenizzazione, con
conseguente ritorno a un Cristianesimo evangelico delle origini.

Quale
soluzione, allora, di fronte all’Islam? I problemi sono molti, essendo l’Islam
una religione integrale e integralistica, in cui la distinzione tra fede,
cultura e politica, tra religione e Stato non esiste, o, meglio, esisteva in
passato ? basti pensare ad Averroè ? ma si è persa nella riflessione
successiva.

Colaianni
traccia così un percorso costituzionale per conciliare uguaglianza e diversità,
per affrontare il problema dei limiti, della compatibilità tra l’Islam e la
laicità di tipo europeo. Si deve partire dalle tradizioni costituzionali
nazionali e sovranazionali, perché è proprio da queste che si ricava la regola
base che impone il metodo del bilanciamento quale unica via percorribile per
tenere insieme beni potenzialmente in conflitto.

Da
queste considerazioni deriva il rifiuto dell’autore sia verso il modello di
multiculturalismo all’inglese sia verso quello alla francese: l’uno che
privilegia il ruolo delle confessioni religiose tanto da riconoscere loro
giurisdizione piena su alcune questioni eticamente sensibili, l’altro che
disconosce totalmente il loro ruolo nella sfera pubblica, tanto che lo stesso
principio di laicità si fa ideologia.

Sono
entrambi modelli in crisi, soprattutto quello inglese; una crisi determinata
dal fatto che entrambi scontano una concezione rigida delle identità, quando
invece queste sono in movimento. Ogni identità, infatti, entra inevitabilmente
in contatto con le altre, cerca di trasformarle e finisce con il trasformarsi.

Una
laicità pluralista è più conforme alla tradizione italiana e potrebbe
rappresentare, anche a livello europeo, una bussola di orienta-mento per
affrontare e risolvere i problemi delle società multiculturali e multireligiose.

L’importante
è che, da un lato, non ci siano dei «ghetti contigui», per cui maggiore
separazione significa migliore convivenza; ma, d’altro canto, nemmeno una
laicità di tipo ostile, esclusiva, è una soluzione. Per Colaianni il
miglioramento della convivenza non si ottiene aumentando la separazione, ossia
attraverso una laicità diffidente, ma attraverso una laicità ospitale, che
senta la presenza dell’altro e che agisca attraverso una sapiente opera di
bilanciamento, quella seguita anche dalla nostra Costituzione.

La
via, ammette l’autore, è stretta, ma solo seguendo un percorso costituzionale
si può arrivare a centrare obiettivi concreti.

Soffermandosi,
quindi, sugli stessi esempi già ripresi da Guasco, Colaianni, quanto alla
questione del velo, sostiene che si può tollerare che si vada in pubblico
velati, a patto che non vi siano motivi di ordine pubblico a vietarlo.

Quanto
alla poligamia, invece, se è pacifico, stante la nostra legislazione, che, in
costanza del primo, non si possa contrarre un secondo matrimonio per mancanza
dello stato libero, l’interrogativo riguarda l’ipotesi del
riconoscimento delle seconde nozze celebrate all’estero, attraverso lo statuto
della famiglia di fatto. In questo caso, però, la via del bilanciamento non si
esaurisce nel riconoscimento, sia pure indiretto, del matrimonio poligamico, ma
impone di perseguire, in ogni caso, il migliore interesse del bambino,
principio riconosciuto, non a caso, anche a livello europeo. Il
ricongiungimento familiare, in altri termini, deve consentire ai bambini nati
dal secondo matrimonio la possibilità di vivere con entrambi i genitori, e in
questo senso vanno proprio alcune decisioni della giurisprudenza di merito: non
a caso il perseguimento dell’interesse del fanciullo è un principio di diritto
internazionale, codificato nella Convenzione Internazionale sui Diritti del
Fanciullo.

Quanto
alle mutilazioni genitali femminili, che si tratti di pratica contraria ai
nostri principi è indubbio. Resta il problema di come superare questa cultura.
La legge italiana, secondo Colaianni, è pessima perché totalmente inquadrata
nell’ottica repressiva; la migliore risposta resta la lievità delle pene,
perché solo così si facilita la denuncia della pratica mutilatoria anche da
parte degli stessi appartenenti alla comunità coinvolta.

Il
problema fondamentale, concorda Colaianni, resta quello dei limiti e dei
confini. Dobbiamo farci «visitare» dall’altro, evitare scontri di civiltà, ma
tenere ben presente che in base alla Costituzione c’è un fascio di diritti
della persona indiscutibili, se non a pena di mettere in crisi la nostra coesione
sociale.

Il criterio dovrebbe
essere, per citare Giacomo Marramao, quell’«universalismo delle differenze» che
tende non a separare le diversità, ma a farle dialogare, perché esistano e
coesistano. In questo senso l’autore propone Nicodemo come icona di questa
visione: Nicodemo è rimasto ebreo, è rimasto dottore della legge, ma proprio
perché dottore della legge difende Gesù e si chiede come si possa arrestarlo
senza prima interrogarlo, quasi anticipando i principi del giusto processo; è
uomo della carità che chiede il corpo di Cristo per dargli degna sepoltura; sa
difendere i diritti dell’altro, pur non condividendo la sua posizione, e
mettersi al suo servizio; è fedele alla legge, ma non ne è ingabbiato.

Rimaniamo
diversi, ma ascoltiamo gli altri con la bussola del diritto, in
quanto solo così potremo riuscire ad accogliere le differenze.

Il compito
del giurista, evidenzia infatti Colaianni, è quello di affrontare i problemi
dei cittadini e i loro bisogni, non di conciliare i sistemi: per assolvere a
questo compito non si deve invocare la reciprocità, ma guardare unicamente alla
nostra Costituzione.

Su entrambi i punti
concorda anche Sicardi quando, da un lato, ammette che rincorrere la
reciprocità possa portare alla chiusura totale verso l’altro, mentre è bene che
una democrazia riesca ad essere comunità di persone, le quali, sia pure con
idee e valori forti, dialoghino con gli altri; e quando, dall’altro lato,
riconosce che attraverso il diritto si debbano disciplinare le esigenze
pratiche.

Resta
certo, ed è chiaro a tutti i relatori, il problema del limite, ed è proprio su
questo che si incentra, tra l’altro, l’intervento dalla platea di Rinaldo
Bertolino.

Quest’ultimo
si chiede quale debba essere il modo del diritto; se ci sia un limite oltre al
quale non si possa accogliere tutto, se sia sufficiente la dimensione culturale
della religione per interpretare la dimensione religiosa. C’è, conclude
Bertolino, un patrimonio di verità che non consente di ragionare e di agire solo
sulla base dell’urgenza del fatto storico; l’orizzonte culturale non può essere
indeterminato perché le dimensioni religiose non sono appiattibili.

In
risposta, mentre Sicardi invita a porsi in una prospettiva di comprensione,
perché solo seminando la comprensione si evita il muro contro muro, Guasco
invita a distinguere, nella religione, tra manifestazione ed essenza, tra
assolutezza e storicità, soprattutto in un’epoca, come l’attuale, nella quale
la dilatazione del conoscibile ha finito per ridurre lo spazio del credibile:
la via è quella di un cammino di modernizzazione.

Colaianni,
da parte sua, chiarisce che la verità (e la nostra Costituzione si può
considerare uno stadio acquisito e condiviso nel processo di tensione alla
verità) non è data una volta per tutte e va conservata tenendo conto pur sempre
della storicità nella quale si propone.

Dobbiamo
recuperare, secondo l’autore, un relativismo dell’in-sieme, che è poi il
relativismo della democrazia, e distinguere ciò che è irretrattabile e ciò che
è relativo per costruire la civitas di tutti.

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