“Il cibo non è una merce. Dobbiamo diventare ‘consum-attori’”

Da dove arriva il cibo che compriamo al supermercato? Chi ne decide il prezzo e la disposizione sugli scaffali? Chi paga davvero il costo delle offerte promozionali? Qual è l’impatto sulla qualità dei prodotti che mangiamo? Di questi temi si è parlato al Giovedì Culturale intitolato Il giro del mondo del cibo-merce. Consumo, ambiente, lavoro con Stefano Liberti, giornalista, scrittore, esperto di sfruttamento lavorativo e ambientale, e Mara Alacqua, presidente dell’Associazione di promozione sociale Cambalache.

Nell’introduzione Rosmina Raiteri ha ricordato le parole del’autore e attore Marco Bagliani, il quale ha scritto che il periodo di emergenza sanitaria che stiamo attraversando è come una prova generale per il clima fuori controllo, quando dovremo indossare le mascherina per proteggerci dall’aria che respiriamo. Gli unici che possono fare qualcosa siamo noi, l’homo sapiens; occorre agire e le azioni non possono essere demandate al sistema che ha generato le situazioni che stiamo vivendo. È già tardi e nessuno nel ricco Occidente sembra disposto a immaginare un futuro senza privilegi e comodità.

Stefano Liberti ha raccontato come ha girato il mondo per capire come funziona la produzione del cibo che troviamo sugli scaffali del supermercato. Non c’erano infatti informazioni sull’origine né sulla modalità produttive. Con il suo lavoro ha ricostruito la storia dallo scaffale a ritroso per la carne maiale, la soia, il tonno in scatola e il concentrato di pomodoro. Il libro “Il grande carrello. Chi decide cosa mangiamo,” scritto insieme a Fabio Ciconte, edito da Laterza, racconta queste inchieste.

Liberti ha parlato del pomodoro concentrato. Per seguirne la produzione è arrivato nella regione cinese dello Xinjang, dove vive una minoranza musulmana di lingua turcofona, le cui mire secessioniste sono represse dallo stato centrale. Questa è la seconda regione produttrice di pomodoro dopo la California e a maggio le piantine dai vivai vengono trapiantate in campo manualmente da lavoratori pagate a metro di terreno trattato. In estate poi si spostano i raccoglitori, intere famiglie di migranti. I pomodori sono successivamente portati in fabbrica e trasformati in triplo concentrato.

I cinesi in realtà consumano poco pomodoro perché non fa parte della tradizione culinaria. I pomodori trasformati vengono trasportati in treno verso i porti orientali, stoccati in cassoni di legno nei depositi, caricati sulle navi sulle quali arrivano attraverso il canale di Suez nei porti di Salerno e di Napoli. In queste zone avviene la trasformazione in doppio concentrato, inscatolato come “prodotto in Italia”. Ma perché rifornirsi in Cina e non in Italia? Perché costa meno produrre.

Liberti ha poi spiegato che avviene ancora un altro viaggio attraverso l’Atlantico per portare il prodotto in Africa Centrale, in particolare in Ghana, dove viene considerato pomodoro di origine italiana. È impossibile fare produzione in loco? In realtà il Ghana aveva una produzione locale ma ha subito la schiacciante concorrenza italiana. Il prodotto sussidiato dalla Cina e dall’Unione Europea costa meno e i paesi africani hanno dovuto aprire i mercati. Costretti ad abbandonare la produzione locale, gli agricoltori si sono dovuti spostare verso colture che garantiscono solo sussistenza o hanno dovuto abbandonare la campagna. È nato anche un flusso migratorio verso l’Italia Puglia, proprio per la raccolta dei pomodori.

Liberti ha detto che il cibo è diventato una merce e i produttori si riforniscono dove costa meno: in pratica è una commodity, senza legame con il territorio di provenienza, come se fosse petrolio o oro.

Le informazioni sull’origine e la produzione del cibo dovrebbe essere sempre esposti per consentire a chi acquista di fare scelte consapevoli. I costi ambientali del trasporto, ad esempio, non sono quantificati. Occorre ridare identità al cibo e alla filiera va aggiunto il cittadino che con le sue scelte può orientare la produzione, diventando ‘consum-attore‘.

Mara Alacqua ha presentato Bee my job, un progetto nel 2015 grazie al contributo della Fondazione Social. Si tratta di un modello di intervento strutturato e replicabile per favorire l’inclusione di migranti con un lavoro regolare nell’apicoltura. Ad Alessandria è nato un vero e proprio polo agricolo, attivo ora anche nell’elicicoltura. Il format è stato portato anche in altre regioni.

Ora nella nostra città esiste anche una academy per la formazione in agricoltura di rifugiati e richiedenti asilo provenienti da tutta Italia, destinati poi a fare tirocini in aziende selezionate. A questo si affianca il progetto di inclusione abitativa per l’accesso alla casa. Il tirocinio non è mai fine a e stesso ma deve essere l’occasione per trasformarsi in un offerta di lavoro più solida.

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