La robotica nasce da uno sforzo comune di scienziati e umanisti

Per costruire dei robot si fa ricorso alle discipline tecniche, ingegneristiche, scientifiche ma servono anche design, conoscenza del funzionamento dell’essere umano, scienze cognitive, psicologia. Nella robotica dunque le competenze scientifiche e umanistiche si uniscono e il tutto è maggiore della somma delle parti che lo compongono. Gianmarco Veruggio, scienziato robotico sperimentale, studioso delle implicazioni etiche, legali e sociali della robotica, Senior Research Associate all’Istituto di Elettronica e di Ingegneria dell’Informazione e delle Telecomunicazioni di Genova, al Caffè Scienza del 21 dicembre ha parlato di roboetica e degli aspetti legali e sociali della rivoluzione robotica.

Il contesto in cui si sta sviluppando la robotica è la rete: tutti gli oggetti saranno intelligenti e collegati a internet, in modo da svolgere funzioni più complesse di quelle che consentirebbe solo la loro fisicità e faranno affidamento ai big data, Dall’aspirapolvere autonomo ai trasporti alla gestione integrata della fabbrica, siamo di fronte ad una rivoluzione che cambierà il modo di lavorare e di vivere e che farà sparire e nascere nuove professioni.

I robot assumeranno incarichi nei lavori più umili e faticosi spostando verso l’alto la qualità delle mansioni umane, non toglieranno lavoro ma lo cambieranno. “Il sogno degli scienziati robotici – ha detto il professor Veruggio – è quello di liberare l’uomo dalla schiavitù del lavoro in modo che possa dedicarsi alla creatività, alla cura, all’interazione fra persone, alle proprie aspirazioni riducendo l’alienazione del lavoro”.

Ma la tecnologia non è mai neutra, decide l’uomo sulla base dei propri valori morali e delle leggi. “Di fronte alla robotica è importante sviluppare una nuova etica applicata, l’umanità potrebbe costruire la propria fine sviluppando la robotica in modo sbagliato – ha spiegato il relatore – dobbiamo studiare gli aspetti umani del rapporto fra robot e persone. La robotica nasce da uno sforzo comune di ingegneri, filosofi, giuristi psicologi, sociologi”.

Non c’è una netta distinzione tra robotica e intelligenza artificiale perché i robot sono macchine intelligenti dotate di capacità di apprendimento e di decisione autonoma.

Il professor Veruggio ha poi evidenziato i principali settore in cui i robot vengono utilizzati. In medicina sono impiegati per interventi, per la terapia e le diagnosi, per assistenza e cura ai pazienti e per costruire parti robotiche da innestare sul corpo umano. Arti e organi come cuore, fegato e occhio devono essere collegate al corpo in modo più naturale possibile: ad esempio un braccio dovrà essere governato col pensiero, interpretando i segnali nervosi in modo da far muovere la mano artificiale come un arto naturale.

Esistono poi i robot di servizio, non necessariamente umanoidi, quali droni o furgoni, presenti in fabbrica, in città o in casa.

Il settore militare è invece il generatore di tutti i problemi etici perché esistono robot con capacità di uccidere in autonomia e attualmente il 90% della ricerca negli Stati Uniti è finanziato dalle agenzie della Difesa. In questo modo viene evidentemente contraddetta la legge di Asimov secondo la quale un robot non può recar danno a un essere umano.

In tempo di covid servono robot per funzioni assistenziali e infermieristiche. “Sicuramente è stato fatto qualcosa nel settore con robot per telemedicina e pulizia degli ambienti, ma molto meno di quanto la tecnologia attuale potrebbe fare perché fino al 2019 questo era considerato un settore poco significativo per fare investimenti. Con un approccio etico alla robotica si farebbero meno investimenti in ambito militare e di più in ambito sanitario” ha spiegato Veruggio.

Deve nascere una spinta della robotica verso reali bisogni: negli ospedali, per esempio, i robot liberano tempo, energia e risorse che gli operatori sanitari possono dedicare agli aspetti umani e di cura. I robot potrebbero occuparsi di pulizia, disinfezione, distribuzione dei pasti e dei farmaci, di monitoraggio e di interazione con pazienti in isolamento (ad esempio come hub per comunicare con l’esterno). Le prime evidenze sperimentali dicono che questi robot sono accolti favorevolmente dai pazienti.

Veruggio ha parlato anche di auto a guida autonoma: non è facile far guidare una macchina da sola in uno scenario antropico con pedoni, segnali, altre auto, deviazioni temporanee. I livelli sono cinque, dagli ausili più semplici come l’abs, fino alla guida totale senza nemmeno il volante. Tutto dovrà essere connesso, la macchina non dovrà essere un robot autonomo ma dovrà essere sempre in rete per dialogare con il traffico e con i segnali.

“Siamo pronti a lasciare i controllo del traffico alle macchine e all’intelligenza artificiale? – ha chiesto il professore – Ci potrà essere un errore dell’algoritmo, ma ora abbiamo 60 mila morti all’anno sulle strade. Affidando il traffico alle macchine, il numero di morti diminuirebbe di tre ordine di grandezza”.

In conclusione, Veruggio ha ricordato che si tratta di una vera rivoluzione che cambierà il lavoro e il modello-città. La pandemia ha impresso in pochi mesi una accelerazione che sarebbe avvenuta in anni.

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