America divisa: l’eredità dell’era Trump

“Mai la politica americana è stata in continuo movimento come negli ultimi mesi”: così il professor Giovanni Borgognone, docente di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Torino e studioso della storia e del pensiero politico statunitense, ha iniziato l’incontro sull’eredità dell’America di Trump e sulle prospettive della presidenza Biden. Insieme a lui il professor Valter Coralluzzo, docente di Scienza politica e di Relazioni Internazionali all’Università di Torino.

Le elezioni 2020 sono state descritte come un trionfo democratico, ha spiegato Borgognone, ma in realtà sono un trionfo della partecipazione: 160 milioni di votanti su 239 milioni di cittadini aventi diritto è un risultato mai raggiunto nella storia americana. È un indice di buona salute della democrazia? I democratici si sono impegnati quasi casa per casa per portare la gente a votare, e certamente è stata un’operazione di grande valore democratico grazie alla quale hanno ricostruito il “muro blu”, così chiamato così dal 1992 quando per le elezioni di Clinton furono conquistati dai democratici Stati che hanno fermato l’avanzata dei repubblicani da sud. Nel 2016 Pennsylvania, Michigan e Wisconsin hanno cambiato colore con Trump e nel 2020 sono tornati democratici. “Biden non è un leader carismatico, rappresenta l’ala moderata in contrasto con i progressisti di Sanders. Le elezioni del 2020 sono stato un referendum su Trump” ha detto il relatore.

Biden ha vinto con un numero di voti mai ottenuto da un presidente nella storia americana, ma anche Trump è stato il perdente con il maggior numero di elettori. Nel 2020 si è manifestata una polarizzazione politica mai avvenuta. L’America risulta essere molto divisa e ciò è una eredità dell’era Trump.

Lo sconvolgimento della comunicazione digitale ha prodotto effetti come la disinformazione democratica, l’impossibilità dei cittadini di accedere alle informazioni, la creazione di bolle di comunicazione tra persone che hanno la stesse idee, l’insofferenza nei confronti dei competenti (ad esempio sulla pandemia) che porta a pensare che le notizie scomode siano fake news .

“È la fine di ‘America first’?” si è chiesto Borgognone. Biden vuole mettere fine al nazionalismo americano ma si può farne a meno? Ad esempio anche l’elettorato democratico è contro la Cina.

La riapertura del flusso dei migranti potrebbe portare problemi all’amministrazione Biden. Per i cambiamenti in temi di politica estera non basteranno i quattro anni della nuova presidenza.

Il professor Coralluzzo ha invece ricordato i dilemmi della politica estera americana: gli Stati Uniti sono “egemoni riluttanti”, ovvero attori globali che spesso rifiutano di assumersi fino in fondo le loro responsabilità, oppure la loro potenza va verso un irreversibile declino?

E cosa rimane dei quattro anni della presidenza Trump? In politica estera gli Stati Uniti sono chiamati a confrontarsi tra isolazionismo e interventismo. Rimane anche il dilemma fra unilateralismo e multilateralismo, tra il rifiuto di qualunque vincolo alla propria libertà di azione e la disponibilità ad un atteggiamento cooperativo tra organismi internazionali.

“Il XXI secolo sarà un secolo americano” ha detto Coralluzzo. Bisogna comunque evitare che il ridimensionamento diventi un ripiegamento, ma deve essere un disimpegno responsabile e graduale. Biden sembra concentrato sulla politica interna e ha un approccio improntato al multilateralismo. In politica estera il nuovo presidente sarà un game changer come lo è stato Obama rispetto a Bush.

In conclusione si è parlato della vicepresidente Kamala Harris, considerata possibile candidata alle prossime elezioni perché Biden è già anziano: di posizioni moderata, non è progressista. Chi sarà l’avversario nel 2024? Di nuovo Trump o l’ex Segretario di Stato Mike Pompeo?

Qui potete rivedere l’incontro completo:

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