Terzo Settore, “servono capacity building e innovazione sociale”

Quale dovrebbe essere il ruolo del Terzo Settore nella crisi post-emergenza Covid19?

Di questo interrogativo abbiamo discusso in una chiacchierata con Mario Calderini, docente del Politecnico di Milano e del Centro Internazionale di Ricerca Tiresia, esperto di impatto sociale e presidente del Centro di Innovazione Sociale SocialFare di Torino, e con Marco Riva, Innovation manager di Open Incet di Torino ed esperto di innovazione sociale.

Prima della crisi ci immaginavano di ragionare del potenziale di innovazione sociale del Terzo Settore ma oggi – alla luce di quanto è successo e sta ancora accadendo – è necessario mettere in atto un ragionamento diverso, non semplice, che abbiamo provato a fare insieme ai nostri ospiti a partire da quelli che Calderini ha definito “alcuni ingredienti certi”.
Prima dell’inizio della pandemia – ci ha spiegato il professore che presso Tiresia, si occupa di eccellenza scientifica nell’ambito dell’innovazione sociale e di impatto -, il Terzo Settore si trovava in una fase di profonda trasformazione, sollecitata dall’esplosione dell’iperbole del “capitalismo buono”.
A fine febbraio il Financial Times e l’Economist avevano appena dedicato le loro prime pagine a quello che alcuni hanno chiamato rethinking capitalism, al ripensamento della nozione di profitto, a partire dalla lettera titolata “A Sense of Purpose” in cui Larry Fink – AD di Blackrock – sollecitava gli AD delle grandi corporation. “Se ci volete come investitori – diceva Finch – dovete mostrarci l’impatto che avete sulla società”.
Qualcosa di enorme stava accadendo. Nel mezzo della crisi ambientale e delle diseguaglianze, le imprese iniziavano a dire una cosa molto semplice ma altrettanto impattante: “ci pensiamo noi”.
Un’esplicitazione che rendeva evidente la sfiducia nei confronti della politica da parte del mondo profit e poneva il Terzo Settore di fronte ad una nuova forma di concorrenza che gli richiedeva di trovare una nuova dimensione valoriale in un mondo che si auto-dichiarava sostenibile tutto.

Un appuntamento al quale il Terzo Settore è arrivato un po’ in ritardo – secondo Calderini -, con poca capacità di pensare a nuove forme di ibridazione che mettessero insieme forme di sostenibilità economica e di impatto, con altrettanta capacità di incorporare tecnologie per scalare la propria dimensione e aumentare i propri beneficiari rendendo più efficace la sua azione, con un’attenzione all’innovazione sociale limitata – aggiunge Riva. Un’innovazione sociale percepita come “ciliegina sulla torta” e non come necessità.

In questa fase di importante evoluzione del Terzo Settore (cui stava contribuendo la Riforma) e di ripensamento del capitalismo, l’arrivo della crisi ha accantonato tutta una serie di ragionamenti (pensiamo agli UNSDG, alle spinte dei millenials verso la sostenibilità), riportando, viceversa, ad essere protagonista della resilienza lo Stato. Uno Stato che offre sanità e scienza, che viene chiamato in causa per gli interventi economici, ma che – come sottolinea Riva – rende evidenti anche le contraddizioni di un sistema disegnato in un momento in cui lavoro e famiglie erano diversi da quelli attuali (anche prima di questa emergenza), di un welfare pensato per categorie specifiche (anziani, persone con disabilità, categorie che stavano al di fuori del sistema produttivo).
Si torna, così, a un’oscillazione tra Stato e mercato in cui sembra dimentica la terza via.

Tuttavia, notiamo anche che in questo momento sono tornati ad avere un’importanza enorme i beni relazionali – che non hanno un valore intrinseco nel loro consumo ma che deriva dal fatto che li consumiamo con altri. Quando si parla di beni relazionali e di forme produttive basate su grandi principi come il mutualismo, la reciprocità, la gratuità, il capitale sociale, non possiamo non pensare alle organizzazioni che sono in grado di produrre quei beni. E, partendo da qui, possiamo trovare una sintesi che non sia solo la terza via ma una forma di ibridazione più profonda.
Secondo Calderini, infatti, il Terzo Settore in questa fase ha un ruolo più importante della semplice terza via, ha una potenzialità di contaminazione enorme, attraverso la quale potrebbe conferire alla trasformazione del capitalismo la capacità di porre l’obiettivo sociale davanti agli obiettivi di profitto e i principi a partire dai quali svolge la sua azione (gratuita, mutualismo, ecc.). Ma una contaminazione che il Terzo Settore dovrebbe rivolgere anche allo Stato, che deve imparare a ridare valore all’individuo, alla libertà e all’innovazione dal basso che porta con sé, anche a fronte di un sistema di welfare inadeguato.

È capace il Terzo Settore di fare questo? Ha la forza, soprattutto a fronte di questa nuova crisi di farsi motore di ibridazione e cambiamento?

La crisi ha evidenziato, secondo Riva, la fragilità del Terzo Settore a causa di tutti i processi di trasformazione incompiuti (basti pensare ai pochi investimenti in tecnologie ed innovazione) così come la scarsezza di organizzazione della solidarietà: “c’è stata una valanga di solidarietà e di beni relazionali in questo periodo di crisi, difficile addirittura da percepire”. Anche per Calderini, durante questa crisi, il Terzo Settore ha dimostrato generosità e capacità di mettersi a disposizione per la risoluzione dei problemi, “ma se si riesce a superare per un attimo la commozione per gli atti straordinari di sostegno, notiamo una spaccatura del Terzo Settore tra chi è stato sulle barricate (correndo dei rischi enormi ed in una situazione di altissimi costi sociali) e chi è rimasto completamente fermo e privo di sostegno da parte della politica”.

In questo momento è, dunque, ancora più stringente la trasformazione del Terzo Settore. Una trasformazione non più differibile che deve porsi degli obiettivi di scala e di utilizzo delle tecnologie e di irrobustimento dei propri meccanismi manageriali.

“Stare fermi non è un’opzione” dice Calderini, anche perché la finanza pubblica sta cambiando: certi modelli di erogazione a fondo perduto e di grant non sono più praticabili e quella condizione di oggettiva assistenza che il settore ha avuto dal sistema pubblico si inaridirà e verrà sostituita con altre forme di partneriato pubblico-privato, ad esempio, di procurement basato sui risultati.

La trasformazione non può avvenire nella sola direzione della finanziarizzazione e dell’imprenditorializzazione, tuttavia questa è una necessità che non si può far finta di non vedere. Certamente sfruttare, coordinare, far crescere tutte le iniziative dal basso che si sono create in questa specifica fase, può essere una delle cose più intelligenti su cui lavorare, insieme con il capacity building di competenze manageriali (che ha già visto una prima fase di avvio) e di competenze tecnologiche (fondamentali per trovare nuovi modi di intervento sociale, per scalare la propria attività garantendole una nuova sostenibilità economica).

Fortunatamente, come ha sottolineato Riva, di questa fase resteranno la forte accelerazione rispetto alla digitalizzazione e la vitalità di un settore da sempre abituato a fare tanto con poco.

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