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“Entrare nel passato con gli strumenti non dello storico ma del romanziere, che vuole rimanere legato all’umano, è produttivo di conoscenza e consente di comprendere qualcosa che prima non si capiva”: sono le parole di Raffaella Romagnolo alla presentazione del suo nuovo romanzo, Di luce propria, edito da Mondadori pochi giorni fa.

“Nel precedente libro, Destino, ho raccontato gli anni di storia italiana nel primo Novecento e ciò mi ha reso più chiaro il sacrificio di attraversare il secolo breve. In questo nuovo romanzo ho spostato l’attenzione sui decenni precedenti per capire il Paese che siamo diventati e comprendere il presente, a partire dai problemi che nascono con la spedizione dei Mille nel 1860”.

In dialogo con Maria Grazia Caldirola, la scrittrice ha spiegato che il romanzo storico ricostruisce l’atmosfera, la mentalità e la vita delle persone in quell’epoca: “Vedere quei personaggi con gli occhi del romanziere vuol dire farli vivere. Chi scrive un romanzo ha lo strumento dell’immedesimazione, prova empatia, vive la vita dei personaggi: è la capacità dello scrittore di entrare nel cuore dei protagonisti”.

Alessandro Pavia è un personaggio realmente esistito, un fotografo passato alla storia, un patriota che pensò di di mettere la sua arte fotografica al servizio della celebrazione dell’impresa dei Mille, ovvero comporre un album che fosse una sorta di monumento che la modernità poteva fare a quell’impresa eroica. Ne trovò più di 800, poi propose il suo lavoro a tutti i comuni d’Italia, ma l’esperienza si rivelò fallimentare. “È un personaggio scoperto da una nota in un libro” ha raccontato Raffaella Romagnolo.

Grandissima cura è stata dedicata al mondo della fotografia agli albori. “È stata rivoluzione, in senso filosofico, che ha cambiato il nostro modo di vedere il mondo, ma la parte più difficile da raccontare era quella tecnica. Per ricostruirla nel tempo giusto ho trovato un libro che spiega come lavoravano i fotografi, come si muovevano, che prodotti utilizzavano. Se non si conoscono i fatti concreti, non si può entrare nella testa dei personaggi”.

Lo stesso è avvenuto per ricostruire la professione delle levatrici, un mestiere di due dei personaggi del romanzo.

Pavia incarna le speranze deluse dell’epoca ma nel romanzo ha una vita diversa da quella reale. “Mi sono presa la libertà di farlo come scrittrice. In realtà volevo anche parlare dei fatti di Milano di fine 800, quando Bava Beccaris fece attaccare la folla che protestava per l’aumento del prezzo del pane. È un modo di parlare anche del nostro tempo”.

L’occhio cieco di Antonio Casagrande, il personaggio principale, adottato da Pavia e diventato un noto fotografo, vede il destino della persona inquadrata attraverso le macchine fotografiche. Antonio cerca di capire il senso di questo dono: è una lotta ma la menomazione è anche la sua risorsa. “Egli vede delle cose contro cui non può combattere: il destino delle persone”.