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Il covid è un fenomeno naturale o sociale? “La domanda è stata posta in tante altre occasioni e ha diviso i filosofi, gli scienziati naturali e i medici”: ha iniziato così Paolo Vineis, professore di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra, ospite ai Giovedì Culturali insieme a Luca Savarino, professore di Bioetica all’Università del Piemonte Orientale, per la presentazione del loro libro La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie.

“Demandare interamente ai tecnici le soluzioni era giustificato nella prima fase del covid. Il lockdown ha prove di efficacia e derivava da suggerimenti tecnici ma aveva anche implicazioni economiche, sociali e politiche. Se la malattia fosse solo un fenomeno naturale allora le soluzioni sono dovrebbero essere solo tecniche, senza preoccuparsi delle implicazioni sociali o politiche. Il covid in realtà è un fenomeno sociale e naturale e ciò riguarda le soluzioni da prendere” ha spiegato Vineis.

Appellarsi solo alla tecnica per il lockdown dopo la prima fase di emergenza non bastava più. Qual è la miscela migliore tra la tecnica, la medicina e la biologia e le considerazioni di natura politica, sociale ed etica? “È molto probabile in futuro ci siano altre pandemie, servono preparazione, piani per la prevenzione e decisioni di democrazia deliberativa che coinvolgano i cittadini – ha proseguito l’epidemiologo – La preparedness deve essere mondiale e deve impedire fenomeni come la deforestazione e gli allevamenti intensivi di animali”.

Il libro è stato scritto a quattro mani unendo le competenze scientifiche e le riflessioni filosofiche. “La cultura scientifica e quella umanistica cercano di dialogare. Per poter agire nei confronti di un fenomeno come la pandemia vanno comprese le cause. E non è un esercizio teoretico, ma ha che fare con la responsabilità. Serve poter gettare le linee guida fondamentali- ha detto Luca Savarino – A partire dal covid si inquadra la pandemia in un contesto ambientale più ampio”.

“Ci troviamo di fronte ad un fenomeno complesso. Le cause distali e multiple si intersecano in modo non definibile. Le attribuzioni causali sbrigative e le analisi monofattoriali e monocausali sono comprensibili in cittadini non preparati ma non se fatte dai politici che hanno strumentalizzato le posizioni degli scienziati – ha spiegato il professore di bioetica – La responsabilità risulta ampliata, lo siamo individualmente e come identità politica con conseguenze a lungo e lunghissimo termine e su scala globale. Le soluzioni che possiamo mettere a punto per fenomeni complessi devono riguardare fattori diversi tra loro, non definibili in maniera unitaria. Si tratta di questioni che richiedono dibattiti, consapevolezza, un corretto rapporto tra scienza e politica, mentalità scientifica. Ma la scienza ha dei limiti e non è la soluzione a qualsiasi tipo di problema. Il covid ci ha rimandato ad una riflessione etica e politica”.

I relatori hanno parlato anche del rapporto tra pandemia e crisi ambientale. La deforestazione e la perdita di biodiversità aumentano la probabilità di salti di specie. I rapporti tra clima e salute sono molteplici e biunivoci. La salute, non solo umana, ha componenti ambientali: “Se vogliamo aumentare le probabilità di rimanere in buone salute si deve pensare al pianeta e alle altre specie”.

In conclusione i professori hanno sottolineato che per la prima volta l’umanità è posta di fronte a un problema che, in quanto globale, è universalistico: “Nessuno si salva a spese di qualcun altro. Dobbiamo pensare all’immunità globale per la sopravvivenza del pianeta, degli umani e delle altre specie”.

Qui potete rivedere l’incontro