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“L’uomo ha sempre avuto il sogno di prevedere il futuro, vogliamo controllare il pericolo esterno. Nelle scienze naturali abbiamo dapprima capito il moto dei pianeti, poi che le previsioni in alcuni campi sono probabilistiche”: Alessandro Vespignani, professore di Fisica e Informatica alla Northeastern University di Boston, dove dirige anche il Network Science Institute, considerato uno degli scienziati più quotati e riconosciuti al mondo nel campo delle predizioni scientifiche e della teoria delle reti, è intervenuto nell’incontro on line della rete dei Caffè Scienza per presentare il suo libro L’agoritmo e l’oracolo.

Come ha spiegato il professore, le previsioni ora sono molto sofisticate. Ciò che rappresentava l’uomo era più difficile ma adesso è possibile “ingabbiarlo” in formule matematiche e in metodi predittivi. Sono stati sviluppati modelli nella scienze economiche e poi in quello sociali.

“Viviamo già in una realtà fatta di algoritmi, che interagiscono continuamente con noi – ha detto Vespignani – Siamo avvolti nelle previsioni che prevedono noi e i nostri bisogni, prima che noi stessi ce ne rendiamo conto”.

Le macchine creano profilazioni che ci suggeriscono, ad esempio, le letture che ci piacciono. Ma gli algoritmi predittivi intuiscono anche cose molto intrusive come la possibilità di accedere un mutuo o il limite della carta di credito.

La grande rivoluzione è la datificazione: negli ultimi anni produciamo una quantità di dati socioeconomici più grande di quella che c’è stata nella storia dell’umanità. Siamo in grado di leggere cosa pensa la gente, capire la felicità delle persone da ciò che scrivono su Twitter e questo dati possono usare utilizzati per fare previsioni economiche.

“La narrativa dei big data si spinge fino a dichiarare la morte della teoria. Avremo così tanti dati che basterà di metterli dentro un algoritmo senza sapere cosa succede? In realtà – ha chiarito lo scienziato – i dati sono come un mucchio di mattoni, non equivalgono ad una casa. Lunga vita alla teoria. Se non abbiamo la comprensione teorica, non abbiamo la maturità per capire cosa succede. I dati vanno interpretati”.

La predizione può influenzare la predizione stessa. Ad esempio, prevedendo una pandemia i cittadini possono modificare i loro comportamenti e impedire o ridurre la diffusione della malattia. In qualsiasi previsione di un sistema con un componente sociale, il sistema ha un adattamento comportamentale.

Vespignani ha sottolineato anche la differenza tra previsioni e scenari. A lungo termine si definiscono gli scenari, tenendo conto del comportamento delle persone e delle istituzioni. Si riporta sempre lo scenario peggiore, quello che avviene senza fare nulla, perché se il sistema non viene sottoposto a stress cala l’attenzione. Ma le condizione peggiori non si realizzano perché si farà qualcosa per impedirlo. Le previsioni, invece, non hanno più valore dopo un tempo limitato.

Per gestire una epidemia serve un approccio predittivo: “un vero e proprio servizio di intelligence: cosa fare in attesa di un vaccino o durante le ondate o da quale fascia di popolazione iniziare le vaccinazioni. È una intelligence guidata dai dati e dalle evidenze scientifiche – ha spiegato Vespignani – Tracciare le persone tocca la privacy, ma non si spia il cittadino. Siamo mappati in un mondo avatar, non si studiamo le persone ma strutture sociali identiche a quelle reali. Se si va molto in dettaglio. il rumore statistico è molto forte e i risultati non sono più attendibili”.

I dati stanno creando nuovi poteri politici ed economici. Ci sono pericoli ma ci sono anche i data for philanthropy. “Non bisogna vietare ma dare ai cittadini e alla politica strumenti di consapevolezza e comprensione. L’alfabetizzazione computazionale e numerica è fondamentale”.

In conclusione il professor Vespignani ha parlato della comunicazione scientifica: “La scienza non è il singolo scienziato ma un processo. Manca una formazione degli scienziati a fare comunicazione. Il rapporto tra scienza e decisori è una interfaccia da creare. Un politico che dice ‘noi facciamo quello che dice la scienza’ sta sbagliando metodologia, gli scenari futuri non sono univoci, bisogna capire la situazione politica, come realizzare le intenzioni e come implementare le cose. Un processo decisionale non è guidato dalla scienza ma la tiene in conto, sono fondamentali altri fattori. Il decisore trova la mediazione giusta tra le varie possibilità sociali, politiche ed economiche del Paese, alla luce di ciò che dice la scienza. Altrimenti si delegano agli scienziati le decisioni. Lo scienziato è un pezzo dell’informazione che serve al decisore. Ognuno fa il suo mestiere, consapevole di quello che fa”.

Qui potete rivedere l’incontro